Come è cambiato il Disaster Re-covery grazie al cloud

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L’avvento delle soluzioni cloud ha rivoluzionato il mondo del disaster recovery e, di conseguenza, anche l’approccio delle aziende alle strategie di business continuity. Per fortuna, verrebbe da dire. Perché quella che prima era un’operazione complessa e, soprattutto,onerosa oggi si è trasformata in semplice e decisamente più vantaggiosa dal punto di vista economico.

Ma prima di valutare il risparmio di una soluzione cloud based rispetto a tecniche tradizionali di disaster recovery, la prima domanda che ci si deve porre è: quanto ci costerebbe un fermo azienda?

I danni diretti e indiretti sono difficilmente calcolabili e dipendono dal tempo di fermo e dalla quantità di dati che vanno persi o distrutti. In ogni caso, secondo la ricerca “Allianz Risk Barometer 2019 ” realizzata da Allianz Global Corporate & Specialty, gli incidenti informatici e l'interruzione di attività sono i principali rischi per le aziende a livello mondiale. Il 37% del campione che ha partecipato a questa survey li ha indicati a pari merito come i pericoli più temuti.

 

Come è cambiato il disaster recovery negli ultimi anni: dai nastri al Recovery as a Service (RaaS)

Oggi siamo ormai nell’era del Disaster Recovery as a Service (RaaS). Ciò significa che dati e applicazioni in cloud possono essere replicati con facilità su più server ridondati in luoghi diversi, per garantire la funzione di ripristino anche in caso di disastri, come i terremoti, che coinvolgono zone particolarmente ampie.

Significa anche (e soprattutto) che accedere a questo servizio è possibile attraverso tariffe particolarmente vantaggiose in base alle funzionalità scelte e all’uso che se ne fa (pay per use).

Fino a qualche anno fa, le aziende non avevano alcun piano di recupero e l’unica misura che adottavano per cercare di prevenire i danni causati da un downtime era la classica copia di backup che consisteva nel salvataggio dei dati su supporti fisici come dischi o nastri.

Questa tecnica, utilizzata per il ripristino di emergenza, non era evidentemente sicura. Sia perché di fronte a un disastro di ampia portata come terremoti, eventi atmosferici rilevanti o incendi particolarmente estesi anche i nastri potevano danneggiarsi in modo irreparabile, sia perché il backup veniva solitamente effettuato settimanalmente, col rischio di perdere tutti i dati e informazioni recenti e vitali per il business aziendale.

Oggi, grazie alle soluzioni cloud, il salvataggio dei dati viene effettuato numerose volte nel corso della giornata. A seconda del tipo di servizio scelto, il backup si effettua ad intervalli temporali definiti o addirittura in tempo reale. In questo modo, il rischio di perdere dati o informazioni importanti appena inserite si riduce drasticamente.

Ma i nastri erano, di fatto, l’unica soluzione possibile per molte aziende che non potevano sostenere i costi della duplicazione dell’infrastruttura IT aziendale. Proprio così, perché il metodo tradizionale di Disaster Recovery, prima dell’avvento del cloud, consisteva proprio nel duplicare tutto il proprio hardware, software e implementare sistemi di replica dai server aziendali a quelli di emergenza. Si trattava evidentemente di costi notevoli, che non tutte le società erano in grado di sostenere.

E stiamo considerando solo i costi di acquisto di queste soluzioni, senza includere costi di manutenzione, aggiornamento, assistenza ecc.

Le aziende che hanno optato per la realizzazione di data center all’interno delle proprie strutture hanno quindi dovuto investire ingenti risorse, ma non hanno ottenuto livelli di sicurezza adeguati.

Insomma, la copia su nastri o dischi era spesso una necessità. Almeno fino a quando i nuovi servizi cloud based non hanno spinto le aziende a ripensare le tradizionali misure di protezione dei dati e di Disaster Recovery, riducendo i costi e la complessità dell'infrastruttura dei data center aziendali.

 

Come scegliere il miglior sistema di Disaster Recovery (Raas)

I servizi di recupero cloud based permettono di ricreare un data center in ambiente virtuale dando al cliente numerose opzioni di scalabilità in base al proprio business: dalla RAM alla CPU, fino ovviamente allo storage a disposizione.

L’impresa non è più costretta a fare i conti con soluzioni sovra o sotto dimensionate rispetto al proprio business o alle crescenti esigenze, ma può ottenere il massimo della flessibilità grazie alla scalabilità di soluzioni modulabili e pay per use.

Questo significa niente più lunghi aggiornamenti, niente più manutenzione e, soprattutto, la possibilità di testare periodicamente l’efficacia del piano di Disaster Recovery senza interrompere le proprie attività.

Già, perché tutti i maggiori provider, oltre a garantire il rispetto delle normative in materia di sicurezza dei dati e privacy e periodici update automatici del sistema, sono in grado di simulare gli effetti di un disastro per verificare modi e tempi di reazione del piano di recupero.

In termini economici questo rappresenta un grande risparmio. Così come lo è in termini di tempo perché il reparto IT può dedicarsi al proprio lavoro senza preoccuparsi di manutenzione, test ecc.

Infine c’è da sottolineare che la scelta del miglior sistema di Disaster Recovery passa dall’analisi preliminare dei rischi e dal conseguente livello di sicurezza che si vuole raggiungere. E i principali parametri da prendere in considerazione, come abbiamo appena visto, sono proprio i modi e i tempi di recupero, ovvero:

  • Recovery Time Objective. Il tempo che passa tra l’interruzione causata dal disastro e il ripristino delle funzionalità del sistema;
  • Recovery Point Objective. La Tolleranza ai guasti. Calcolare la massima quantità di dati che il sistema può perdere a causa di un disastro improvviso durante il processo di ripristino.

Più affidabilità e meno costi. Come abbiamo visto, il cloud ha avuto il merito di rendere accessibile a qualsiasi azienda soluzioni di Disaster Recovery personalizzate per tutte le esigenze (e tutte le tasche), garantendo affidabilità e performance a costi minori.

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